IL RICCO E LAZZARO – Sprecare la nostra vita
Luca 16: 25 -26 «Ma Abramo disse: “Figlio, ricordati che tu hai ricevuto i tuoi beni durante la tua vita e Lazzaro similmente i mali; ora invece egli è consolato e tu soffri. Oltre a tutto ciò, fra noi e voi è posto un grande baratro, in modo tale che coloro che vorrebbero da qui passare a voi non possono; così pure nessuno può passare di là a noi”».
Questi versetti ci portano nel cuore di uno degli insegnamenti più potenti e strazianti di Gesù: l’episodio del ricco e di Lazzaro. Queste parole, pronunciate da Abramo all’uomo ricco, non sono solo una spiegazione della giustizia divina, ma un lamento profondo per l’eternità.
Non sono parole piene di rabbia o di trionfo, ma di una tristezza immensa. Abramo chiama il ricco “figlio”, un termine di affetto che rende il rimprovero ancora più doloroso. Gli dice di ricordare. Il vero tormento non è solo la sofferenza fisica, ma il peso del ricordo: la memoria di una vita vissuta nell’abbondanza, ignorando la sofferenza di Lazzaro, che giaceva alla sua porta.
L’ingiustizia di una vita sulla Terra è ribaltata. Lazzaro, il cui nome significa “Dio ha aiutato”, ha sopportato mali e umiliazioni, ma ora è consolato. Il ricco, che aveva ogni comfort, ora soffre. Non si tratta di una vendetta crudele, ma del ripristino di un equilibrio che la vita aveva infranto.
“In verità vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”(Matteo 25:40).
L’indifferenza verso il povero è indifferenza verso Cristo stesso.
“Oltre a tutto ciò, fra noi e voi è posto un grande baratro, in modo tale che coloro che vorrebbero da qui passare a voi non possono; così pure nessuno può passare di là a noi” (Luca 16:26).
Questo “grande baratro” non è solo una separazione fisica; è il risultato di scelte, un abisso scavato dall’egoismo e dall’indifferenza. Non è un muro eretto da Dio per punire, ma la conseguenza naturale di una vita vissuta senza amore e compassione.
Il ricco non può più cambiare il suo destino. Questa separazione è definitiva e inesorabile.
La Bibbia ci offre altri versetti che riflettono questo stesso tema di separazione e giudizio finale: “Allora dichiarerò loro: ‘Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!'” (Matteo 7:23).
Questo versetto parla di una separazione ancora più profonda: una non-conoscenza, una mancanza di relazione con il divino a causa di una vita senza fede e senza opere giuste.
“Gesù gli disse: ‘Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me'” (Giovanni 14:6).
Questo ci ricorda che la salvezza e la connessione con Dio non sono automatiche, ma passano attraverso una relazione con Cristo. Il baratro non si può attraversare senza di Lui.
“Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, perché ciascuno riceva la ricompensa delle opere compiute nel corpo, sia in bene che in male” (2 Corinzi 5:10).
Questo versetto sottolinea che la nostra vita terrena, le nostre scelte e le nostre azioni, contano e determinano il nostro destino eterno.
In questi versetti, vediamo l’intera tragedia dell’esistenza umana: la possibilità di sprecare la vita e la sua irrevocabile conseguenza. Ci ricordano che la nostra vera ricchezza non è ciò che accumuliamo, ma la compassione che offriamo e l’amore che viviamo. Il lamento di Abramo e l’abisso insuperabile sono un monito solenne a non aspettare l’eternità per curare le nostre anime e per vedere il Lazzaro che giace alla nostra porta.
Remo Molaro
