IL SENSO DEL DOLORE

Scrive Pietro apostolo: «Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove…» (1 Pietro 1, 6). L’esultanza del cristiano è motivata dalla speranza, nonostante le prove. La prospettiva che stà dinanzi a loro genera un’allegrezza che dona la consapevolezza che le pene saranno di breve durata, il premio sarà invece eterno.
Qui troviamo un’eco al discorso della montagna in cui Gesù proclama felici quelli che piangono, che sono perseguitati per ragioni di giustizia, perché sanno che grande sarà la loro ricompensa nei cieli (Matteo 5, 11-13). Giacomo usa pure espressioni analoghe sulla gioia e il dolore (Giacomo 1, 2-4).
In un mondo malato, dove la ragione si smarrisce nella nebbia, occorre che il dolore serva a ritrovare la luce. In questo mondo ferito, dove l’odio si scatena nell’iniquità, bisogna che il dolore serva a cantare l’amore. Solo il dolore dà luce, calore e rilievo alla favola e al ricamo della vita. Il tempo passa e il fiume corre verso la foce. È necessario vivere prima di morire e capire prima di giungere alla meta.
Senza amore non si vive, senza dolore non si ama. Bisogna imparare ad amare per vivere meglio. E a soffrire, per amare di più. Così amore e dolore sono il flusso e il riflusso del mondo. L’amore ci invita con un sorriso e, attraverso le vie della gioia e della speranza, ci guida a comprendere il dolore. Il dolore ci chiama con voci diverse e, attraverso le vie aspre della pazienza e della rinuncia, ci guida nei giardini dell’amore.
Accettare il dolore è unire la propria voce al coro di tutti i fratelli. Rifiutarlo è voler rimanere muti. Un giorno, caro fratello in Cristo, il dolore ti chiamerà per nome. Allora non rintanarti nell’ombra: ti fulminerà con la luce. Non fuggire lontano: ti inseguirà per tutte le strade. Non turarti le orecchie: ti parlerà con altra voce. Non ribellarti come un bimbo. Se il dolore ti chiama, fermati ad ascoltarlo: ti dirà la più bella parola di cui hai bisogno.
Noi siamo vivi solo quando soffriamo. E forse ancora non sappiamo quale preziosa fortuna sia nascosta in quella che gli uomini chiamano sventura. Il cristiano è uno che canta nella tempesta, ecco perché talvolta una limitazione fisica genera un’espansione spirituale.
Cristo è presentato dal profeta Isaia come «uomo di dolore, familiare col patire» (Isaia 53). Paolo apostolo consola i fratelli con parole alte: «Io [Dio] abiterò in mezzo a loro ed essi saranno mio popolo…e vi sarò Padre e voi mi sarete figli e figlie, dice il Signore Onnipotente». E ai Galati, sul tema della gioia: «Il frutto dello Spirito è amore, allegrezza, pace». Ai Romani: «Il regno di Dio è giustizia, pace e allegrezza». Ai Tessalonicesi: «Siate sempre allegri». «…Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, o la distretta, o la persecuzione, o la fame, o la nudità, o il pericolo, o la spada?…In tutte queste cose noi siamo più che vincitori, in virtù di Colui che ci ha amati. Poiché io sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né profondità, né cose presenti, né cose future, né podestà, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro signore» (2 Corinzi 6,16; Galati 5, 22; Romani 14, 17; 1 Tessalonicesi 5, 16; Romani 8, 35).
Per un’educazione morale, per aiutarli a conoscere se stessi, per accrescere e purificare se stessi, per migliorare la loro fede, per rivelarne la potenza e la sincerità: «Ora, per un po’ di tempo, se così bisogna, siete afflitti da svariate prove». Ma soffrire senza fidarsi e affidarsi, soffrire senza credere è come morire di sete vicino a una fontana.

Rodolfo Berdini

Quando migliaia di persone perdono la vita a causa di calamità naturali la gente pone spesso domande del tipo: “Perché è accaduta questa sciagura? Si è trattato di una punizione divina? Se sì, chi si voleva punire? E perché? Come può un Dio misericordioso e onnipotente permettere che nel mondo accadano cose tanto cattive? Ciò significa forse che Dio non esiste?”

Questi interrogativi non sono nuovi, ma sono riproposti ogni volta che una disgrazia sopraggiunge a colpire più persone. A ben guardare, le catastrofi non fanno risaltare presunti limiti o carenze di Dio, ma ci inducono a riflettere sulla nostra finitezza e incapacità di comprendere il mondo che ci circonda. In momenti come quelli, la scienza è impotente, i pensieri umani falliscono. L’uomo non ha la capacità di prevenire un terremoto né di avvertire l’arrivo di uno tsunami, nonostante la sua presunzione di aver soggiogato la terra. Per quanti sforzi possa compiere, l’uomo è del tutto impreparato e impotente di fronte a certe calamità naturali. Dobbiamo confessare che non sappiamo cosa può succederci da un momento all’altro né perché accadano certe cose. Tuttavia c’è molto da imparare da un terremoto o da uno tsunami.

A VOLTE DIO HA SPIEGATO

Le vie e gli scopi di Dio sono al di là della nostra portata e della nostra comprensione, come il Signore stesso ci ricorda attraverso il profeta Isaia: “Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri” (Isaia 55:9).

Se Dio parlasse dal cielo e ci dicesse: “Io sto facendo questa cosa per questo motivo”, noi sapremmo. A volte, Dio ha rivelato di essere la causa diretta di uno sconvolgimento nel mondo fisico. Quando il profeta Giona, invece di andare a Ninive ad annunciare il giudizio di Dio contro quella città, cercò di fuggire lontano dalla presenza del Signore, disubbidendo all’ordine che Dio gli aveva dato, “l’Eterno scatenò un gran vento sul mare, e vi fu sul mare una tempesta così forte che la nave era sul punto di sfasciarsi” (Giona 1:4). Dio era dietro quella tempesta, perché aveva un preciso scopo nel provocarla. Quando Giona fu gettato in mare, la tempesta si calmò.

Analogamente, Dio predisse, attraverso il profeta Gioele, che avrebbe mandato un’invasione devastante di locuste come punizione per i peccati di Gerusalemme e di Giuda (Gioele 1:1-20).
Quando Dio ha rivelato la Sua mente, noi abbiamo potuto sapere. Ma il punto è che Dio non manda direttamente uragani, tornado, incendi, inondazioni, eruzioni vulcaniche, tempeste di neve, carestie, terremoti, tsunami, o altre sciagure del genere in varie parti del mondo per punire questa o quella popolazione a causa della loro vita malvagia.

Al tempo di Noè, il mondo malvagio e corrotto di allora perì sommerso dalle acque dell’immane diluvio che ricoprirono tutta la terra; soltanto otto persone trovarono scampo nell’arca fabbricata da Noè secondo le precise disposizioni divine (Genesi 6:11-22; 1Pietro 3:20; 2Pietro 3:6). Dopo la fine del diluvio, Dio disse: “Io non maledirò più la terra a motivo dell’uomo, poiché il cuore dell’uomo concepisce disegni malvagi fin dall’adolescenza; non colpirò più ogni essere vivente come ho fatto. Finché la terra durerà, semina e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte, non cesseranno mai” (Genesi 8:21-22).

Se Dio, oggi, stesse usando la natura per punire gli uomini, il mondo avrebbe dovuto essere distrutto molto tempo fa, poiché esso è pieno di peccato e di peccatori! Calamità naturali avvengono continuamente in tutto il mondo. Gli studiosi sono in grado di spiegarci scientificamente le cause e le modalità con cui si producono tornado, uragani, terremoti, tsunami, alluvioni, smottamenti, eruzioni vulcaniche, ecc. Questi terribili eventi catastrofici sono il prodotto di ciò che noi chiamiamo “leggi di natura”. Quando nel mondo naturale determinate condizioni si combinano, ci si può aspettare uno di questi potenti e distruttivi fenomeni, non come risultato di un’azione diretta di Dio, ma perché le condizioni di una determinata area del nostro pianeta ne rendono possibile la manifestazione. Il maremoto o tsunami, ad esempio, è un moto ondoso del mare, che può essere originato da un terremoto o da un’eruzione vulcanica sottomarini o da altri eventi che comportino uno spostamento improvviso di una grande massa d’acqua. Il ciclone è una violenta perturbazione atmosferica provocata da un sistema rotatorio di venti, che convergono verso un punto di minima pressione atmosferica. E così via. D’altra parte, mentre la natura stessa è responsabile di questi disastri, l’uomo è responsabile di situazioni deprecabili e crudeli, che si verificano a causa di guerre,terrorismo, rapine, omicidi, traffici di droga o di armi, povertà, inquinamento ambientale, tests e disastri nucleari, ecc.

In ogni caso, quando male, dolore e morte colpiscono la terra, non dobbiamo permettere che la nostra mente sia attraversata dal pensiero che Dio abbia una qualche responsabilità. Dio ci ha creati, ci ama, non vuole distruggerci, non vuole farci del male né far soffrire i nostri cari, anzi vuole farci del bene: “Infatti io so i pensieri che medito per voi», dice l’Eterno: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza” (Geremia 29:11). Egli ha perfino mandato Suo Figlio a morire per noi sulla croce, affinché, mediante la nostra fede ubbidiente in Lui, possiamo essere salvati spiritualmente in questo mondo e giudicati degni di aver parte al mondo futuro: “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il Suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:16). Dunque, per favore, non date la colpa a Dio!

QUANDO SIAMO NOI A SOFFRIRE

Quando terribili disgrazie ci colpiscono, dobbiamo considerare che le sofferenze e i danni che sopportiamo non sono un castigo di Dio, ma un segno che questo mondo è stato guastato dal peccato dell’uomo, e che il nostro pianeta è stato “sottoposto alla caducità” e “geme” nel suo stato attuale:

“Infatti l’ardente attesa della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio, perché la creazione è stata sottoposta alla caducità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l’ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino ad ora tutta la creazione geme ed è in travaglio” (Romani 8:19- 22).

Nel passo appena citato, il verbo greco tradotto con l’espressione “è in travaglio” è synōdinō, che significa “avere le doglie insieme” o “soffrire insieme le doglie del parto”. Ma questo non è un gemito disperato! L’apostolo Paolo immagina il creato come una donna gravida che sta per partorire. Che cosa nascerà? “Nuovi cieli e nuova terra nei quali abiti la giustizia”; “Ma, secondo la Sua promessa, noi aspettiamo [greco: prosdokaō, aspettare, aspettarsi, sperare, essere in aspettativa, vivere nell’attesa desiderosa di] nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia” (2Pietro 3:13). Ciò avverrà immancabilmente al ritorno di Cristo.

Al momento, però, in questo nostro mondo schiavo del peccato e della corruzione, anche gli innocenti soffrono. La terra si agita perché sarà distrutta, essendo riservata al fuoco; infatti la terra e le opere che sono in essa sarannoarse:

“i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della perdizione degli uomini empi. Ma voi, carissimi, non dimenticate quest’unica cosa: per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno. Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento. Il giorno del Signore verrà come un ladro: in quel giorno i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate” (2Pietro 3:7-10).

La devastazione cui abbiamo assistito, guardando in televisione le tragiche immagini del recente terremoto/maremoto giapponese, non è che un preludio alla fine ultima e definitiva di questo mondo. Dobbiamo prepararci per l’eternità! Se viviamo per questo mondo soltanto, guai a noi! “Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miserabili di tutti gli uomini” (1Corinzi 15:19).

Se avremo, invece, creduto in Cristo e ubbidito al Suo Vangelo, nel giorno finale

“questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria»” (1Corinzi 15:54).

Con la fede in Dio e la speranza di ricevere un “regno che non può essere scosso” (Ebrei 12:28), possiamo dire con piena fiducia e coraggio: “Dio è per noi un rifugio e una forza, un aiuto sempre pronto nelle difficoltà. Perciò non temiamo se la terra è sconvolta, se i monti si smuovono in mezzo al mare, se le sue acque rumoreggiano, schiumano e si gonfiano, facendo tremare i monti” (Salmo 46:1-3).

QUANDO SONO GLI ALTRI A SOFFRIRE

Quando queste tragedie accadono agli altri, la nostra prima preoccupazione dovrebbe essere quella di offrire aiuti. In simili casi, molti si prodigano in tutto il mondo per cercare di alleviare le sofferenze fisiche e morali delle popolazioni colpite e per soddisfare le necessità materiali di chi non ha più nulla.

Quando il profeta Agabo predisse alla chiesa in Antiochia una carestia a livello mondiale, quella comunità di credenti, invece di mettersi a dibattere il problema del male nel mondo o a disquisire sul perché dei disastri naturali, prese immediatamente la decisione di inviare aiuti ai Cristiani della Giudea colpiti da quel flagello. In tal modo essi adempirono lo spirito dell’esortazione rivolta dall’apostolo Paolo ai credenti: “Così dunque, finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede” (Galati 6:10).

Il bene più grande che possiamo fare, ovviamente, consiste nell’indicare agli altri il bisogno di una salvezza che va oltre questa vita. Ogni occasione dovrebbe essere buona per predicare il Vangelo e condividere con gli altri la beata speranza della vita eterna con Dio. Quando i fondamenti di questa esistenza sono scossi, si è più disposti a fare assegnamento sull’attesa di “nuovi cieli e nuova terra” dove “il mare non sarà più” (Apocalisse 21:4)  e ogni fonte di male sarà bandita, con la conseguenza che il dolore e tutti i motivi per piangere scompariranno.

Dio non ha fatto annegare migliaia di persone nello tsunami, né ha fatto sì che quelle onde spazzassero via la nostra speranza. Al contrario, quella enorme tragedia ha dimostrato ancora una volta la caducità della vita terrena, la fragilità del nostro mondo, e la solidità della nostra fede nel Dio che ci ama e desidera offrirci la beatitudine eterna.

SE NON VI RAVVEDETE…

Un giorno, alcune persone andarono a riferire a Gesù la notizia di un atto esecrabileromane nel tempio, mentre stavano offrendo un sacrificio: “In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici” (Luca 13:1). Allora Gesù, rispondendo, disse loro: “Pensate voi che quei Galilei fossero più peccatori di tutti gli altri Galilei, perché hanno sofferto tali cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo” (Luca 13:2-3). E Gesù, in quella medesima occasione, citò anche un’altra disgrazia, che era accaduta in una zona di Gerusalemme dove si trovava una nota vasca; anche tale evento luttuoso aveva indotto la gente a interrogarsi sul legame esistente fra calamità e iniquità delle persone colpite da una distruzione improvvisa. Gesù disse: “O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti come loro” (Luca 13:4-5).

Era credenza comune che le sciagure e le morti improvvise fossero sempre un segno del giudizio divino su individui che si erano macchiati di particolari peccati. La gente pensava: “Le persone su cui si è abbattuto un così terribile destino devono essersi macchiate di colpe estremamente gravi!” Ma Gesù respinse questa falsa credenza, dicendo ai suoi interlocutori che i Galilei giustiziati da Pilato o le diciotto persone rimaste uccise sotto il crollo della torre di Siloe non erano più peccatori di tutti gli altri Galilei o più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme; in sostanza, essi non erano né migliori né peggiori degli altri. E ai presenti Gesù rivolse il seguente monito: “ma se non vi ravvedete, perirete tutti come loro”. Si trattava di un avvertimento profetico riguardo al prossimo giudizio d’Israele, che sarebbe culminato nella catastrofica distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. e nel massacro di migliaia di persone per mano dei Romani. Ma il Signore chiama tutti al ravvedimento, poiché nessuno è al riparo da una distruzione improvvisa. La generazione alla quale Gesù parlava andò incontro alla rovina, nonostante l’avvertimento di Gesù. Eppure quelle persone avevano un enorme vantaggio rispetto ai Galilei uccisi da Pilato e alle diciotto persone rimaste uccise sotto il crollo della torre, e questo vantaggio consisteva nel fatto che esse erano state invitate da Gesù a ravvedersi prima di essere colte impreparate da una morte improvvisa: “ma se non vi ravvedete, perirete tutti come loro”.

Il popolo d’Israele, al quale Gesù stava indirizzando il Suo messaggio di salvezza, avevaavutola legge di Mosè, i profeti, Giovanni il battezzatore, e adesso avevano il Cristo, il Figlio di Dio. Se non si fossero ravveduti, sarebbero andati incontro alla stessa rovinosa sorte spirituale di quelli che essi ritenevano più colpevoli e peccatori di loro per il solo fatto di aver sofferto disgrazie così fuori dal comune.

CONCLUSIONE

Terremoti, tsunami, uragani, inondazioni, eruzioni vulcaniche e altre calamità naturali non sono la conseguenza della volontà di Dio di togliere di mezzo degli uomini particolarmente malvagi, ma rappresentano un monito verso tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Romani 3:23-24), e hanno bisogno di convertirsi e di credere al Vangelo (Marco 1:15).

Dio vuole che tutti gli uomini si dispongano oggiad ascoltare il buon annuncio del Suo Unigenito Figlio, Gesù Cristo, affinché credano in Lui, si ravvedano, confessino che Egli è il Figlio di Dio, siano battezzati per il perdono dei loro peccati (“[…]Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno della salvezza!” (2Corinzi 6:2); “Dio stabilisce di nuovo un giorno – oggi – dicendo per mezzo di David, dopo tanto tempo, come si è detto prima: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!»” (Ebrei 4:7); “ma esortatevi a vicenda ogni giorno, finché si può dire: «Oggi», affinché nessuno di voi sia indurito per l’inganno del peccato” (Ebrei 3:13).

Quando essi avranno fatto queste cose, con il sincero proposito di sottomettersi a Dio, il Signore li aggiungerà alla Sua famiglia spirituale (la Sua chiesa) formata da tutti i salvati. Vivendo la vita cristiana e perseverando nella fede operante, nell’amore e nella santificazione sino alla fine, al ritorno di Cristo i salvati avranno diritto di entrare nella Gerusalemme celeste (Ebrei 12:22-24), in quel mondo spirituale nuovo ed eterno dove vivranno col Signore e coi redenti per sempre. Là non ci sarà più dolore, né malattia, né paura, né morte.

“Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate». E colui che siede sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»” (Apocalisse 21:3-5).

Al capitolo sedici del suo Vangelo, Matteo riporta un fatto che accadde nei pressi della città di Cesarea di Filippi, circa un anno prima della morte di Gesù. Il Signore domandò ai dodici, che lo accompagnavano in un viaggio verso nord, che cosa la gente pensasse di Lui. Gli apostoli allora gli risposero, riferendo le voci che circolavano sul suo conto. Alcuni, facendo proprie le superstizioni e le paure di Erode Antipa, pensavano che Gesù fosse Giovanni il Battista tornato in vita; altri credevano che lo spirito di Elia o di Geremia si fosse manifestato in Lui; c’era poi chi lo considerava semplicemente uno dei tanti profeti inviati da Dio per ammonire e guidare il suo popolo. Dopo aver ascoltato quello che la gente pensava e diceva di Lui, Gesù passò ad interpellare direttamente gli apostoli, per sapere che cosa essi pensassero di Lui. Rispondendo a nome di tutti, illuminato da Dio, Pietro con slancio e semplicità pronunciò la grande confessione di fede: TU SEI IL CRISTO, IL FIGLIO DEL DIO VIVENTE” (Matteo 16:16).

Ancora oggi sulla figura di Gesù circolano le idee più svariate. C’è chi pensa che Cristo sia stato un grande trascinatore di folle; chi lo vede come un rivoluzionario precursore dei moderni movimenti socio-politici; c’è chi pensa a Lui come a un potente taumaturgo, e ancora chi lo paragona ad uno dei tanti filosofi o profeti esistiti nella storia. Infine, c’è anche chi arriva a dubitare della sua stessa esistenza storica, o a considerarlo un povero Ebreo dalle idee stravaganti.

Esattamente come duemila anni fa, la gente continua a dire la sua con superficialità, senza curarsi di conoscere veramente Cristo e, soprattutto, senza avere gli elementi sufficienti per rispondere alla domanda che ancora oggi Egli pone a ciascuno di noi: “Chi sono Io per te?”.

Comprendere che la nostra comunione con Dio e il nostro destino eterno dipendono dalla risposta a questa domanda è di fondamentale importanza, per considerare la questione con estrema serietà.

Quando Ponzio Pilato, procuratore romano della Giudea, domandò alla folla di Gerusalemme che cosa dovesse fare di Gesù detto il “Nazareno”, la Scrittura racconta che la piazza espresse un giudizio spietato e inappellabile: “Tutti risposero: sia crocifisso” (Matteo 27:22).

Sia la domanda di Gesù ai suoi discepoli e la risposta ricevutane, sia la domanda di Pilato alla folla inferocita di Gerusalemme e la risposta ricevutane, costituiscono due fatti che hanno cambiato la storia dell’umanità. Possiamo immaginare noi stessi accanto a Cristo nelle vicinanze di Cesarea, oppure possiamo raffigurarci mischiati alla folla fragorosa di Gerusalemme alle cui decisioni era rimessa la sorte di Gesù. In entrambi i casi, siamo chiamati anche noi a dare una risposta a quelle domande e, quindi, a decidere che cosa, in realtà, Cristo rappresenti per noi. Ma, prima ancora di decidere, abbiamo il dovere di conoscere il Signore, le sue opere e le sue parole. Egli si presenta a tutti noi con una precisa e inconfondibile connotazione: come Figlio di Dio e come Dio fatto uomo.

L’espressione “Figlio di Dio”, utilizzata nella Scrittura al pari di quella “Figlio dell’uomo”, non indica l’origine né presuppone una subordinazione, ma è usata per dettare e descrivere l’assoluta uguaglianza tra due condizioni. Presso le popolazioni orientali, infatti, tale espressione designava identicità (si vedano i seguenti passi biblici: Genesi 4:20; Genesi 4:21; Genesi 17:4; Marco 3:17; Luca 10:6; Atti 4:36). Nel caso di Cristo, quella locuzione allude ai titoli di Messia e di Re d’Israele (si vedano Marco 14:35-37; Giovanni 1:49; Giovanni 11:27; Marco 15:32).

«CHI DICE LA GENTE CHE IO SIA?»

Scorrendo i quattro Vangeli, troviamo molteplici testimonianze dirette o indirette della divinità di Cristo. Almeno sette volte Gesù dichiara di essere l’«IO SONO» (Giovanni 6:35; 8:12; 10:9, 14; 11: 25; 14:6; 15:1), espressione che per gli Ebrei aveva un preciso e inequivocabile significato.

Quando Mosè domandò a Dio di rivelargli il Suo nome per poterlo indicare al popolo ebraico, Dio gli rispose, dicendo: «”Io sono Colui che sono” […]Dirai così ai figli d’Israele: “l’IO SONO mi ha mandato da voi”»(Esodo 3:14). Gesù ha arricchito e completato la definizione data dal Padre, affermando: «IO SONO l’Alfa e l’Omega; IO SONO il principio e la fine; IO SONO la via, la verità, la vita; IO SONO la resurrezione e la vita; IO SONO la vera vita; IO SONO la luce del mondo; prima che Abramo fosse IO SONO».

Gli apostoli salvati dal naufragio si gettano ai piedi di Gesù e l’adorano, esclamando: «Veramente tu sei il Figlio di Dio» (Matteo 14:22). Alla donna samaritana, che al pozzo di Sichem gli aveva detto: «Io so che il Messia (che è chiamato Cristo) deve venire; quando sarà venuto ci annunzierà ogni cosa», risponde con estrema semplicità indicando in sé stesso l’atteso Messia: «Sono Io, Io che ti parlo!» Giovanni 4:25-26). Gesù insegna ad onorare il Figlio come si onora il Padre (Giovanni 5:23), e attribuisce a sé e al Padre lo stesso potere di resuscitare i morti (Giovanni 5:21). Tommaso, vedutolo risorto, si getta ai suoi piedi esclamando: «Signore mio e Dio mio!» (Giovanni 20:28). I discepoli lo adorano subito dopo la Sua resurrezione (Matteo 28:9). I Giudei comprendono così bene le affermazioni del Signore che afferrano delle pietre per lapidarlo e, alla domanda di Gesù sul perché lo vogliano uccidere, rispondono: «ti lapidiamo […]per bestemmia; e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Giovanni 10:33).

In numerose altre occasioni il Signore proclama la sua divinità, ma è sicuramente l’ultima la più efficace, quella che illumina tutte le altre. Cristo è in catene davanti al Sinedrio, tribunale supremo dei Giudei. Il sommo sacerdote Caiafa, per troncare qualsiasi discussione, si rivolge a Lui con tutta l’autorità derivantegli dalla Legge, dicendo: «Io ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». La domanda è chiarissima ed esige una risposta altrettanto chiara e precisa. È giunto il momento di dissipare ogni dubbio, di sapere con esattezza chi è in realtà questo falegname galileo. Il Signore non esita, anzi, prontamente e con voce ferma e piena di dignità, risponde: «Tu lo hai detto, perché Io lo sono» (Matteo 26:57-68; Luca 22:63-71; Giovanni 18:12-27). Gesù sa molto bene che quella risposta deciderà la sua condanna, ma già vede la croce ergersi sul Golgota, già ode il rumore del martello conficcante i chiodi nella carne, e gli oltraggi, gli insulti, le imprecazioni, i gesti di scherno da parte della folla resa cieca dall’odio. Eppure, con fermezza e con l’autorità di chi è consapevole della verità che sta affermando, Egli ribadisce la sua natura divina: «Sì, Io sono il Figlio di Dio, IO SONO DIO». E a quella risposta, il sommo sacerdote si straccia le vesti, e tutto il Sinedrio prorompe in un solo grido: «Egli ha bestemmiato… Egli è reo di morte».

La sua affermazione «Io sono il Figlio di Dio», pronunciata dapprima tra i discepoli in Galilea e suggellata alla fine davanti al Sinedrio, decreta la sua condanna a morte. I Giudei poco dopo, al cospetto del governatore romano Ponzio Pilato, grideranno: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge egli deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio» (Giovanni 19:7).

Davanti a questa attestazione del Signore Gesù di essere il Cristo, il Figlio di Dio, l’IO SONO, ogni uomo ha la responsabilità morale di emettere il proprio giudizio. Restare in silenzio, lavarsi le mani come fece Pilato per denunciare la propria estraneità alla condanna del Cristo, non ci renderà meno colpevoli del procuratore romano stesso, che respinse le sue responsabilità e rinunciò ai suoi poteri, abbandonandoli nelle mani di una folla inferocita e assetata di sangue. Possiamo idealmente stracciarci le vesti, come fece Caiafa; possiamo considerare Gesù un bestemmiatore e un bugiardo, oppure possiamo andare a Lui fiduciosi. Siamo liberi di scegliere, ma una scelta va fatta!

Davanti a Cristo, che fino alla morte afferma di essere Dio, tre soltanto sono le ipotesi possibili:

  • ci troviamo di fronte ad un uomo che ha perduto il bene dell’intelletto, ad un folle in preda a un delirio persistente, a un esaltato privo di senno;
  • siamo dinanzi a un imbroglione, a un bugiardo, ad un uomo che non teme Dio e che ha concepito l’insano progetto di farsi passare per Dio, per chissà quali reconditi fini;
  • Egli è veramente ciò che afferma di essere, e allora non possiamo che seguirlo con gioia e fiducia.

Non possono darsi ipotesi alternative a queste. Cristo non può essere stato semplicemente un grande uomo, o uno dei tanti profeti, perché le sue affermazioni sono forti, uniche, solenni, eterne e richiedono la più seria e profonda considerazione.

Siamo davanti ad un pazzo? Aprite il Vangelo, scorretelo da cima a fondo; leggete gli inviti che Gesù vi rivolge, ammirate la sua sapienza, apprezzate i suoi insegnamenti morali, gustate la sua tenerezza verso ogni essere umano che ricambia il suo amore. Meditate sull’umiltà, sulla temperanza, sulla pazienza, sul perdono delle offese, sulla franchezza, sulla purezza del cuore, sulla carità che Egli invita ognuno a possedere, e poi dite se un insegnamento così alto, così straordinario, così sublime possa essere stato impartito da un folle Ebreo trentenne. Può un pazzo istruire le folle con autorevolezza e amore? Può affrontare le questioni più ardue e delicate della fede con un linguaggio semplice e perfettamente comprensibile, capace di penetrare nello spirito scoprendone ogni più recondito angolo? Può un pazzo discutere alla pari con Scribi e Farisei ritorcendo contro di loro le loro stesse accuse, smascherandone l’ipocrisia, mettendo in imbarazzo gli avversari e riscotendo l’ammirazione degli uditori? Se questo è un pazzo!

Nessuno è più equilibrato di Cristo, nulla è più ponderato dei suoi suggerimenti, nulla è più sublime delle sue parole, ognuna delle quali penetra nel cuore dell’uomo scaldandolo e illuminandolo come un raggio di sole.

Chi è, dunque, Gesù di Nazareth: un imbroglione, un mentitore, un fanfarone? Un uomo che ha l’audacia di spacciarsi per Dio, per conseguire chissà quali oscuri scopi? Un uomo così meschino, scellerato, sacrilego da ingannare e raggirare tutti coloro che lo seguono fiduciosi? No, non è possibile! L’ipotesi è talmente assurda e insensata da offendere persino l’intelligenza di chi osi prenderla in considerazione. Colui che ha prodotto il sistema morale più eccelso nella storia dell’umanità non può essere un impostore. Non dimentichiamo che Gesù vive a Nazaret per trent’anni, in mezzo a un popolo il cui credo fondamentale, che lo distingue da ogni altro, è quello in un Dio invisibile, inaccessibile, unico, di cui non si può pronunciare nemmeno il nome e di cui non è lecito forgiare neanche la più insignificante immagine. Come possiamo pensare che Gesù, in queste circostanze, avrebbe osato affermare: «Io sono il Figlio di Dio, Io sono Dio, Io sono l’immagine dell’invisibile Dio» (Colossesi 1:15)? Quali speranze avrebbe avuto di riuscire nel suo intento? Che cosa si sarebbe aspettato di guadagnare dicendo quelle cose? Quale secondo fine si sarebbe dovuto celare dietro quelle irragionevoli affermazioni? I Giudei avevano perseguitato, lapidato, ucciso i profeti inviati loro da Dio; quale peggior sorte avrebbero riservato ad un povero falegname, che osava bestemmiare contro la Legge facendosi uguale a Dio? E poi, quali reali vantaggi Gesù trasse dalle sue affermazioni?  Pochi furono coloro che gli prestarono fede e lo seguirono. I soli vantaggi che ottenne furono sofferenze, persecuzioni, trepidazioni, ansie, incomprensioni, scherni, oltraggi, ingiurie e infine la morte sulla croce, più volte preannunciata ai suoi discepoli.

A Gesù non interessano il potere e le ricchezze di questo mondo; tutta la sua dottrina è imperniata sul distacco dai beni materiali e dalle preoccupazioni di questa esistenza, esaltando per contro quelle ricchezze celesti e quei valori spirituali eterni, verso i quali la gente di allora e di oggi mostra così scarso interesse.

Può tutto ciò essere frutto della mente di uno scaltro impostore? No, non può essere. E allora, l’unica ragionevole e inevitabile conclusione è che Cristo sia realmente ciò che afferma di essere: il Figlio di Dio. Egli avvalora questa solenne affermazione con la sua vita, la sua predicazione, i miracoli potenti che ha operato quaggiù; la suggella con la sua morte e la rende gloriosa con la sua resurrezione. Cristo è il solo che si sia lasciato una tomba vuota alle spalle; è il solo che sia riuscito a sconfiggere le paure e le inquietudini che si agitano dentro ogni essere umano; è il solo che abbia donato agli uomini una speranza viva capace di rispondere a tutti i loro interrogativi; è il solo che possa placare la sofferenza e l’angoscia causate dal peccato col balsamo prezioso delle sue parole. Solo Gesù afferma e dimostra di essere veramente Dio.

Una simile conclusione fa emergere con pressante sollecitudine le nostre responsabilità verso il Signore, verso la sua Parola scritta nelle pagine del Nuovo Testamento, verso la sua morte compiuta per propiziare la nostra redenzione e la nostra libertà dal peccato.  Dobbiamo trovare il coraggio, il tempo, la determinazione per accostarci a Cristo, apprendere la sua dottrina, mettere in pratica la sua Parola, prostrarci davanti a Lui e chiedergli umilmente di venire ad abitare nei nostri cuori: «Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me» (Galati 2:20). Amen.

 

Nel brano di Ef 6:10-17 Paolo ci invita a rivestirci della completa armatura che Dio offre ai propri figli per combattere contro l’inganno e la seduzione del peccato. L’apostolo ricorda che la lotta da sostenere è prevalentemente interiore contro le tentazioni subdole e sottili di Satana, che fa leva sul nostro orgoglio, sulle nostre piccole debolezze, sui momenti di incertezza e di scoraggiamento, per sferrare il suo attacco.

Dio però rassicura ed incoraggia i Suoi figli: tali attacchi non potranno mai essere vincenti se affrontati con le Sue armi. Equipaggiati in maniera adeguata potremo, infatti, affrontare con successo anche il combattimento più aspro. È fondamentale allora analizzare una per una le varie componenti di tale armatura ed essere certi di averle sempre con noi.

LA CINTURA DELLA VERITÀ

Iniziamo allora a porre intorno ai lombi la cintura della verità. La cintura è quella parte dell’equipaggiamento che cinge e sostiene tutte le altre. Il cristiano è invitato ad edificare e sostenere la propria vita spirituale sulla verità. Possiamo avere ogni buona qualità e virtù ed essere impegnati nelle opere meritorie più eccelse, ma se la verità del Signore non dirige i nostri passi saremo, anche nostro malgrado, facili prede del Diavolo.

“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8:32): questa è la promessa rincuorante di Gesù a chi desidera seguirLo. Davanti allo scetticismo del mondo, ben interpretato da Pilato allorché chiese al Signore con rassegnato fatalismo cosa fosse la verità (cfr. Gv 18:38), noi rispondiamo con decisione: LA VERITÀ È LA PAROLA DI DIO (cfr. Gv 17:17), che Gesù incarna nella Sua persona e che ci ha rivelato tramite le Sue parole e le parole dei Suoi apostoli (cfr. Gv 1:17; 14:6;  16:13).

Tale verità è unica, assoluta, immutabile (1Pt 1:24-25). È capace di  ammaestrarci (Ef 4:21), di purificare le anime che ad essa si sottopongono (1Pt 1:22), di produrre nel cuore dell’uomo giustizia e santità (Ef 4:24). In essa si deve camminare con perseveranza (3Gv 4) ed amore (Ef 4:15) dato che essa sarà il metro che Dio userà per giudicare l’operato di ogni uomo (cfr. Rm 2:2; 2Ts 2:12). 

LA CORAZZA DELLA GIUSTIZIA

Le ferite al petto sono quelle più pericolose e quasi sempre mortali. Per questo i soldati proteggevano questa parte del corpo con molta attenzione indossando pesanti corazze di metallo. La protezione più adeguata per il cristiano contro le ferite mortali del peccato è sicuramente la pratica della giustizia divina.

Paolo scrivendo ai Romani esprime il suo rammarico per l’errata attitudine verso la giustizia divina dei suoi fratelli nella carne, gli Ebrei (Rm 10:1-3). L’inconcepibile rifiuto da parte di Israele della giustizia di Dio turbava profondamente l’apostolo. Il sentimento di Paolo è tanto più forte e la sua comprensione tanto più viva in quanto egli ricordava sicuramente lo zelo che lo aveva animato da persecutore della chiesa. Il dramma degli Ebrei è quello di non sottomettersi alla giustizia divina, sostituendola con una loro propria.

L’insegnamento per noi è esplicito e più che mai attuale: non basta avere “zelo” per le cose religiose se tale zelo non è in armonia con quanto espresso da Dio. Non dobbiamo sostituire la nostra giustizia, ossia ciò che noi crediamo essere lecito e buono, a ciò che Dio ha stabilito essere lecito e buono.

Molto spesso, come già affermava il profeta Isaia (cfr. Is 55:8-9), le strade e i pensieri di Dio sono diversi da quelli proposti dall’uomo, e ostinarsi a camminare nelle presunte nostre opere buone ha creato nella stessa Chiesa del Signore divisioni e problemi che sono molto spesso insanabili. È invece necessario sottoporci con umiltà alla giustizia divina riconoscendone l’assoluta efficacia.

L’Evangelo è “la potenza di Dio per la salvezza” dell’uomo (Rm 1:16) che viene giustificato mediante la fede in Cristo Gesù. Ed è proprio la fede, quella fede unica e santa che nasce dall’ascolto della Sua Parola a far sì che la giustizia di Dio si riversi abbondante su coloro che credono rendendoli giusti e santi davanti ai Suoi occhi (cfr. Rm 3:21-26).

I CALZARI DELLA PRONTEZZA

Per sostenere vittoriosamente lo scontro con il peccato è necessario avere calzari che diano allo stesso tempo stabilità assoluta e capacità di muoversi con estrema velocità. Solo il Vangelo può offrire contemporaneamente stabilità e prontezza. Il suo studio serio e continuo fornisce infatti al soldato di Cristo la necessaria stabilità (1Cor 15:58). Una volta raggiunta la stabilità, questa si traduce nel desiderio di far conoscere il Vangelo a coloro attorno a noi.

La Scrittura parla dei “piedi” di coloro che annunciano la buona novella, ad intendere la sollecitudine di chi desidera portare il messaggio di Gesù agli altri  (Rm 10:15). Il cristiano pigro, il cristiano “pantofolaio”, il cristiano che crede di esaurire le proprie responsabilità esclusivamente frequentando le riunioni della chiesa, il cristiano che non avverte la necessità di gridare dai tetti quanto ha ricevuto da Dio (cfr. Mt 10:27), il cristiano che scarica sulle spalle del predicatore o di altri fratelli i suoi precisi compiti, ebbene questo cristiano ha capito molto poco del messaggio di Gesù.

Chi veramente afferra il senso di tale annuncio non può tirarsi indietro, né sfuggire alle proprie responsabilità di proclamatore del Vangelo della pace”. Eloquente definizione che individua la natura del messaggio di Gesù teso a riappacificare l’uomo con Dio e a donargli, conseguentemente, una tranquillità interiore e una felicità senza uguali (cfr. Gv 14:27; 16:33; Ef 2:14; Col 1:20).

LO SCUDO DELLA FEDE

La fede è condizione irrinunciabile per piacere a Dio (Eb 11:6), ma è anche arma indispensabile per superare le prove e gli ostacoli che il male pone sul nostro cammino. Paolo inserisce nel testo un “soprattutto” che la dice lunga sull’importanza di questa arma di difesa capace veramente di farci superare qualsiasi momento di smarrimento e di tristezza (cfr. Rm 8:28; Gc 1:1-4)

Satana farà di tutto per farci cadere, userà ogni sorta di inganno e di artificio. Le sue frecce sono “infuocate”, cioè estremamente pericolose ed efficaci e se non ci proteggeremo adeguatamente esse penetreranno profondamente nel nostro animo ferendolo mortalmente. Armato, come i legionari, del grande scudo rettangolare della fede, il cristiano non avrà nulla da temere, e quando le frecce coperte di pece e di resina gli sibileranno accanto infuocate egli potrà spegnerle e renderle innocue con la potenza che il Signore gli dona tramite la fede. “La fede dunque viene dall’udire, e l’udire viene dalla parola di Dio” (Rm 10:17): prendere lo scudo della fede significa allora volgere il nostro orecchio attento alla Parola di Dio, significa aderire con tutta la nostra volontà al Suo insegnamento. Non può esservi fede senza l’adeguata conoscenza della Parola, né tanto meno può esservi comunione con Cristo. È uno dei luoghi comuni più diffusi affermare che l’importante è avere una fede qualsiasi, credere in qualche cosa. Ma la religiosità che prescinde dalla Parola di Gesù è vuota, illusoria ed ingannevole e non potrà mai resistere allo scontro con Satana. Paolo scrive agli Efesini che vi è una sola fede (Ef 4:4-6), dunque un solo scudo capace di difenderci contro le frecce di Satana, uno scudo che non deve essere barattato o svenduto per i nostri interessi, ma che al contrario va custodito gelosamente.

L’ELMO DELLA SALVEZZA

Prendere l’elmo della salvezza significa proprio custodire, proteggere e rinforzare la nostra fede mediante la speranza che Cristo ha posto nei nostri cuori: “Ma noi, poiché siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza” (1Ts 5:11). La salvezza è il fine ultimo della nostra fede: “ottenendo il compimento della vostra fede, la salvezza delle anime” (1Pt 1:9). Tale grandioso obiettivo se da un lato sprona la nostra lotta (“ma noi non siamo di quelli che si tirano indietro a loro perdizione, ma di quelli che credono per la salvezza dell’anima”: Eb 10:39), dall’altro alimenta la fiducia che il Signore manterrà le sue preziose promesse.

Lo scrittore della lettera agli Ebrei paragona la speranza della salvezza ad un’ancora che mantiene la nostra vita sicura e ferma (cfr. Eb 6:19). La speranza del cristiano poggia sulla certezza della fede. Non è un’emozione vaga ed instabile ma un sentimento che poggia su una concreta aspettazione “nella speranza della vita eterna, promessa prima di tutte le età da Dio, che non può mentire” (Tt 1:2; Gal 5:5; Col 1:23, 27; 2Ts 2:16; 1Tm 1:1; 4:10). La speranza è dunque componente irrinunciabile della nostra fede; essa garantisce contro ogni possibile sfiducia riguardo al successo finale, divenendo, per di più, oggetto del nostro vanto se riteniamo ferma fino alla fine la franchezza e il vanto della speranza” (Eb 3:6).

 

LA SPADA DELLO SPIRITO

 

Dopo aver passato in rassegna tutto l’armamentario atto alla difesa, la Scrittura ci invita, ora, ad armarci per essere pronti a nostra volta a contrattaccare e sconfiggere il nostro avversario. L’arma più preziosa e valida che il Signore pone nelle nostre mani è la Sua Parola, che ci viene fornita dallo Spirito Santo ed esprime tutta la Sua potenza. Essa è l’unico mezzo attraverso cui oggi lo Spirito di Dio si manifesta ed opera efficacemente (Eb 4:12). Una potenza ed una forza incredibili capaci di mettere a nudo i nostri sentimenti più nascosti e sconfiggere gli avversari più potenti.

Ricercare “altri modi” in cui lo Spirito di Dio oggi, a detta di alcuni, dovrebbe esprimersi significa in realtà non avere fiducia nelle parole e negli esempi lasciati da Gesù. Egli stesso per primo, infatti, ha mostrato nel deserto la grande efficacia della Parola scritta sconfiggendo con essa Satana (cfr. Mt 4: 4,7,10). Satana vorrebbe disarmarci, renderci cioè ignoranti e farci perire come già fece col popolo di Israele (Os 4:6). L’ignoranza è dunque il nemico mortale del popolo di Dio, la condizione che ci pone inermi ed incapaci di reagire davanti a Satana. Solo se ci lasceremo insegnare, convincere, correggere istruire nella giustizia dalla santa Parola di Dio saremo completi, perfettamente forniti per compiere ogni buona opera e per sconfiggere il male che è intorno a noi (cfr. 2Tm 3:16-17).

CONCLUSIONE

Tutte le armi che compongono l’armatura del Signore (verità, prontezza che dà il Vangelo, fede, speranza della salvezza, insegnamento divino) saranno tuttavia inefficaci se non accompagnate dalla preghiera fervente ed incessante. Questa è condizione indispensabile che realizza la vera e profonda comunione con Dio. Il cristiano che non chiederà il soccorso divino, che non pregherà con un cuore sottomesso ed entusiasta non potrà avere nessuna speranza di vittoria contro il peccato. La preghiera è la nostra risorsa preziosa che permette l’uso vittorioso delle armi di Dio. Attraverso di lei possiamo esternare i sentimenti più segreti che si agitano in noi e trovare in Dio comprensione, pazienza, consolazione.

I cristiani devono rivolgersi a Dio con ogni sorta di preghiera, devono applicarsi ad essa in ogni tempo, facendo della perseveranza la compagna della loro vita. Pregare è essenziale per rinnovare la comunione con Dio e con lo Spirito, per trovare nuove energie capaci di lenire le ferite inferteci dal male e per ritrovare l’entusiasmo necessario per camminare con fede nelle vie del Signore.

Che Dio ci aiuti ad armarci della completa armatura che Egli ci dona e a fare della preghiera lo strumento vincente per arrivare alla vittoria finale.

L’immagine della Chiesa come un regno chiarisce l’aspetto governativo e le idee di autorità e ubbidienza che la regolano. Le espressioni “regno di Dio”, “regno di Cristo”, “regno dei cieli”, si riferiscono nelle Scritture alla Chiesa.

Dio regna su questa terra tramite Cristo, per questo il regno è chiamato “regno di Dio”; a Lui appartiene e da Lui procede. Cristo è il Re, poiché questa è la volontà del Padre. Egli regna in armonia con questa volontà e sempre a essa sottomesso.

Paolo parla della chiesa come del regno del Suo amato Figliuolo (Colossesi 1:13). “Regno dei cieli” ne indica poi in maniera inequivocabile la natura celeste e quindi spirituale. Non è un mistero che gli Ebrei aspettassero un regno terreno e che gli stessi apostoli avessero la speranza che Cristo fosse il Messia forte e potente che avrebbe restaurato materialmente il trono del padre Davide. Cristo tolse radicalmente questa idea dalla mente dei Suoi discepoli. Non facciamoci ingannare da chi ancora oggi predica un regno futuro (di mille anni) qui sulla terra, affermando che Cristo fallì nella Sua missione e che è un re senza regno. Egli disse: “Il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni 18:36), e insegnò che “il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà: Eccolo là, o eccolo qui; perché ecco, il regno di Dio è dentro di voi” (Luca 17:20-21). L’apostolo Paolo echeggia queste parole affermando che “il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e allegrezza nello Spirito Santo” (Romani 14:17). Cristo è stato costituito Re di questo regno: “Egli è stato sovranamente innalzato” (Filippesi 2:9). È illogico pensare che Cristo non diventò re quando ascese al cielo, ma sta aspettando la sua seconda venuta per ricevere questo regno.

Le Scritture insegnano proprio il contrario. Gesù precisò con matematica esattezza l’avvento del regno: “In verità io vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non gusteranno

la morte, finché abbiano visto il regno di Dio venuto con POTENZA” (Marco 1:9). Prima di ascendere al cielo precisò agli apostoli: “Ma voi riceverete POTENZA quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria e fino alle estremità della terra” (Atti 1:8). Lo Spirito Santo discese con POTENZA sugli apostoli il giorno di Pentecoste (Atti 2). In quel giorno le promesse del Signore trovarono il loro pieno compimento. In quel giorno il regno di Dio entrò nella storia dell’umanità per diventare l’unico rifugio di tutti coloro che amano “la Sua apparizione”.

La chiesa e il regno sono composti dagli stessi individui, senza alcuna distinzione e differenza. I Cristiani sono stati riscattati col sangue di Cristo (1Pietro 1:18-19); la chiesa è stata acquistata col sangue di Cristo (Atti 20:28). Il regno si compone di coloro comprati col Sangue di Cristo (Apocalisse 5:9-10). Ogni individuo redento tramite il sangue di Cristo è membro della chiesa e cittadino del Regno di Dio.

Tutti i Cristiani sono dunque cittadini di questo regno. Paolo scrive: “Egli ci ha riscosso dalla potestà delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del Suo amato Figliuolo, nel quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati” (Colossesi 1:13). Egli afferma ancora nella lettera agli Efesini (2:19): “Voi dunque non siete più né forestieri né avventizi; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”. La nostra cittadinanza non è dunque di questo mondo ma è celeste (Filippesi3:20) proprio come il regno al quale apparteniamo.

L’indispensabilità dell’appartenenza al regno appare evidente da tutto quello detto fino ad ora. Solo nel regno, infatti, si beneficia della “redenzione e remissione dei peccati” (Colossesi 1:13), si viene cioè a contatto col preziosissimo e insostituibile potere salvifico del sangue di Gesù.

Entrare nel regno è semplice, l’unica condizione che Dio richiede è l’ubbidienza del battesimo (Giovanni 3:5). Coloro che rifiutano di essere sudditi di questo regno diventano cittadini di un’altra “potestà”, quella delle tenebre (Colossesi 1:13).

Esistono soltanto due regni spirituali per le persone spirituali: il regno del Signore e il regno di Satana (1Giovanni 5:19; Matteo 12:30).

Quando pensiamo a questa illustrazione dobbiamo ricordarci che Cristo è il sovrano e che noi siamo i cittadini e come tali abbiamo doveri e responsabilità molto precise verso la “legge perfetta” (Giacomo 1:25) che regola e dirige questo regno.

Il Signore ci invita a vestirci dell’armatura spirituale che Dio dona a tutti i Suoi figli (Efesini 6:10-20) e a combattere senza timore alcuno la nostra battaglia contro ogni forma di ingiustizia e di peccato. Ogni Cristiano è un soldato che ha l’obbligo di difendere con forza e con zelo l’integrità e la purezza della chiesa del Signore.

L’Eterno disse a Israele tramite la voce del profeta Osea: “Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza” (4:6). Oggi più che mai queste parole di Dio echeggiano più tristemente attuali che mai.

Lo Spirito del Signore ci incita e ci esorta a essere fedeli e zelanti: “Combatti il buon combattimento della fede” (1Timoteo 6:12). Ascoltiamolo questo invito che lo Spirito ci rivolge, rimbocchiamoci le maniche e senza timore costruiamo la Sua chiesa in modo che sia veramente “gloriosa, senza macchia, senza ruga o cosa alcuna simile ma santa e irreprensibile” (Efesini 5:27).