Una domanda dalla quale non si può sfuggire
Qualche settimana fa ho ricevuto un invito che non dimenticherò facilmente. Un imprenditore della zona del manzanese, uomo di grande successo professionale e che ha portato avanti con impegno e sacrificio una famiglia. Grande appassionato di motori, automobili e di restauri, mi ha accolto nella sua collezione privata. Quello che ho visto mi ha lasciato senza parole: Ferrari, Lamborghini, Maserati. Alfa Romeo e Lancia degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, conservate come reliquie, perfettamente funzionanti, lucide e ricche di cromature come appena uscite dalla fabbrica. E tra di esse, un esemplare unico al mondo, di valore inestimabile. Era bello. Oggettivamente, era bello.
Ma mentre camminavo tra quelle carrozzerie splendenti, qualcosa dentro di me restava in ascolto. Una domanda silenziosa che non riuscivo a mettere a tacere.
Dopo la visita alla preziosa collezione, siamo andati a trovare il fondatore dell’azienda. Un uomo che ha cominciato dal basso, che ha costruito tutto con le sue mani, che ha dato lavoro a trenta famiglie e ha lasciato ai figli un’impresa fiorente. Un uomo che ha amato sua moglie, e l’ha persa, strappata via da una malattia improvvisa e crudele, una ferita che non si è mai del tutto rimarginata.
Ora ha superato i novant’anni. Gli anni di fatica si sentono nel corpo. I giorni davanti a lui, quanti possono essere ancora?
Lo abbiamo trovato nel suo grande ufficio, seduto in silenzio. Leggeva il giornale, da solo. Ci salutò con voce e accennò un movimento della mano A pochi metri da lui, alcuni modelli di importanti opere realizzate, e il suo primo attrezzo da lavoro, anch’esso restaurato: una sega a motore tutta di legno, roba che oggi sembrerebbe preistorica. Un pezzo di vita conservato lì, come un monumento personale.
E io, guardandolo, ho sentito una tristezza profonda stringermi il cuore.
Non era tristezza per la sua povertà, quest’uomo non è povero. Era tristezza per qualcos’altro. Per il peso silenzioso di una vita intera vissuta fuori dalla domanda più importante. Per tutta quella ricchezza accumulata, e per quell’uomo solo, seduto, che aspetta.
Mi sono tornate in mente le parole del Signore: «Poi disse loro: “Guardatevi e guardatevi bene da ogni cupidigia; perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni» (Luca 12:15).
E ancora quella parabola tagliente, quella dell’uomo ricco che contemplava i suoi granai pieni e diceva a sé stesso: «Anima mia, hai molti beni in riserva per molti anni; riposati, mangia, bevi, datti bel tempo.» Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?» (Luca 12:19-20).
Non lo dico con giudizio. Non sono io a conoscere il cuore di quell’uomo, e non è mio compito farlo. Lo dico con dolore. Perché ho visto nei suoi occhi qualcosa che nessuna Ferrari può dare e nessun conto in banca può comprare: la pace interiore di chi è sereno e felice, non per tutto ciò che ha creato, ma perché sa di aver fatto di tutto per essere ricco davanti a Dio.
Noi viviamo in un mondo che misura il successo in cifre. Un mondo che chiama “realizzato” chi ha costruito, accumulato, lasciato qualcosa dopo di sé. E non dico che il lavoro sia disonore, né che la ricchezza sia peccato, anzi. Dio stesso benedice la fatica delle mani. Ma c’è una domanda che il mondo non fa mai, e che invece siamo chiamati a tenere sempre davanti agli occhi:
Dopo questa vita, che dura quanto dura, lunga o breve, cosa rimane?
L’apostolo Paolo, scrivendo a Timoteo, è preciso e spietato nella sua chiarezza: «Noi non abbiamo portato nulla in questo mondo, ed è certo che non ne possiamo portar nulla via. Quindi, se abbiamo cibo e vestimento, contentiamoci di questo»(1 Timoteo 6:7-8).
Tutto ciò che quell’uomo ha costruito, l’azienda, le macchine, i milioni, resterà qui. Andrà ai figli, ai nipoti, forse si disperderà. Le automobili si ossideranno, lentamente, anche le più belle. I soldi cambieranno mano. Il nome si affievolirà nel tempo, come tutti i nomi. E lui?
Ecco il punto, il punto vero, quello che non riesco a smettere di portare nel cuore da quando sono uscito da quell’ufficio: la salvezza dell’anima è tutto ciò che conta davvero.
Non come slogan. Non come formula da recitare. Come realtà concreta, urgente, che riguarda ogni uomo e ogni donna che cammina su questa terra, ricchi o poveri, sani o malati, giovani o stanchi di giorni come quell’uomo seduto col suo giornale. Gesù ha detto: «Poiché qual vantaggio avrà l’uomo se guadagna il mondo intero e poi perde l’anima sua? O che cosa darà l’uomo in cambio dell’anima sua?» (Matteo 16:26).
È una domanda che non ammette risposta alternativa. Non esiste cifra. Non esiste collezione. Non esiste eredità che valga l’anima di un uomo.
E allora permettetemi di concludere con un’esortazione che viene prima di tutto dal mio stesso cuore, prima ancora che dalle mie labbra.
Non aspettiamo di avere novant’anni e un giornale tra le mani per fare i conti con questa realtà. Non lasciamo che le preoccupazioni del quotidiano, le fatiche, le ambizioni, anche le cose buone e legittime della vita, ci distraggano dall’unica cosa necessaria.
«Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più» (Matteo 6:33).
«Le ricchezze sono incerte; non riporre la tua speranza in esse, ma in Dio, che ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo» (1 Timoteo 6:17).
E adesso permettimi di rivolgermi direttamente a te, che stai leggendo queste righe.
Perché è facile guardare la vita di un altro e vedere dove ha sbagliato. È molto più difficile, e molto più onesto, voltare lo sguardo verso la propria. Verso le proprie scelte quotidiane, verso ciò a cui dedichiamo il tempo migliore, le energie più fresche, i pensieri più profondi.
Chiediti: cosa occupa davvero il centro della tua vita?
Non quello che dichiari nei momenti solenni. Non quello che scrivi su un profilo, o quello che rispondi quando qualcuno ti chiede come stai. Ma quello reale, concreto, visibile nelle tue giornate: dove va la tua attenzione quando sei libero di scegliere? Cosa ti preoccupa quando ti svegli di notte? Per cosa faresti qualunque sacrificio, e per cosa invece trovi sempre una ragione per rimandare?
Gesù ha messo le cose in modo netto, senza lasciare zone grigie: «Nessuno può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o si atterrà all’uno e disprezzerà l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona» (Matteo 6:24).
Non ha detto che è difficile. Ha detto che è impossibile. Non si tratta di equilibrio, di trovare una giusta misura tra le cose di Dio e le cose del mondo. Si tratta di scelta. Di signoria. Di chi, o che cosa, siede sul trono della tua vita.
Dio o Mammona? Non è una domanda astratta per teologi. È la domanda di questa settimana, di questo mese, di questa stagione della tua vita. Perché ogni giorno che passa è un giorno in cui hai risposto, con i fatti, non con le parole, a chi appartieni.
Quell’uomo col giornale in mano, solo nel suo grande ufficio, ha risposto per decenni. Ha risposto ogni mattina quando si alzava, ogni volta che ha scelto dove mettere il cuore. Non sappiamo tutto di lui, Dio sì, e a Lui solo spetta il giudizio. Ma la sua immagine ci rimane davanti come uno specchio scomodo, come un avvertimento silenzioso che la vita non offre bozze da correggere.
Non c’è una seconda occasione per vivere questa vita.
Allora, prima che il giornale sia l’unica cosa che ti rimane da sfogliare, prima che il silenzio di una stanza grande ti dica ciò che non hai voluto sentire quando c’era ancora tempo — fermati.
Fai i conti veri. Non con il commercialista. Con te stesso. Con Dio.
«Esaminate voi stessi se siete nella fede; mettetevi alla prova» (2 Corinzi 13:5).
Perché la domanda più importante non è quanto hai costruito. È per chi hai vissuto.
Remo Molaro
