UNA CHIESA UNITA PER CRESCERE SPIRITUALMENTE – Architettura dell’unità
L’unità non è un sentimento vago né un compromesso di circostanza: è un comando del Signore e la condizione stessa della crescita. Un percorso tra i vangeli, Paolo ed Efesini per capire che cosa tiene davvero insieme il Corpo di Cristo.
Poche parole, nella Bibbia, pesano quanto quelle pronunciate da Gesù nell’ultima notte prima della croce: che siano uno. Non un auspicio, non un consiglio spirituale tra i tanti, ma il cuore di una preghiera che attraversa duemila anni per interrogare ancora oggi ogni chiesa, ogni assemblea, ogni singolo cristiano. Che cosa significa, davvero, essere «un corpo solo»? Su quale fondamento può reggere un’unità che non sia solo apparenza? E quale responsabilità ricade su ciascuno di noi perché quell’unità diventi crescita reale?
UNA PREGHIERA, UN COMANDO
Il capitolo 17 del Vangelo di Giovanni custodisce la preghiera più lunga che i vangeli ci abbiano tramandato. Viene chiamata, fin dai tempi di Cirillo di Alessandria, «preghiera sacerdotale», perché in essa Gesù si presenta come il Grande Sommo Sacerdote che intercede per i suoi. È il culmine di una notte densa di significato, dopo il lavaggio dei piedi, dopo il discorso sul Consolatore, e prima che i passi di Gesù si dirigano verso il Getsemani, il Signore prega e chiede che i suoi discepoli siano «uno», perché il mondo creda alla Sua Parola. L’unità, dunque, non è un ideale accessorio ma è parte della testimonianza stessa del Vangelo.
Paolo, scrivendo ai Corinzi, riprende la stessa urgenza da un’altra angolazione, meno contemplativa e più pratica. Li esorta ad avere un medesimo parlare, a evitare le divisioni, a restare perfettamente uniti in uno stesso modo di pensare e di sentire (1 Corinzi 1:10). Due voci, due contesti, la preghiera intima del Maestro e l’esortazione pressante dell’apostolo, ma un solo messaggio: l’unità non è negoziabile.
VERITÀ, NON COMPROMESSO
Su cosa si fonda, allora, questa unità? Non sul compromesso umano, né su un ecumenismo che metta tra parentesi le differenze per il gusto di stare insieme. Il fondamento è l’autorità assoluta della Parola di Dio. Per crescere spiritualmente la Chiesa deve parlare dove la Bibbia parla e tacere dove essa tace, attenendosi al modello che il Nuovo Testamento stesso disegna. È un’unità che si raggiunge solo quando ogni membro conforma la propria mente alla «mente di Cristo» rivelata nello Spirito. Senza questa adesione alla sana dottrina, qualunque tentativo di unione resta un’illusione umana, incapace di produrre vera edificazione.
Ma la verità, da sola, non costruisce una comunità, ci vuole anche il metodo, cioè la cooperazione. Paolo descrive la Chiesa come il Corpo di Cristo, un organismo vivente in cui ogni membro è necessario e funzionale al bene comune. La forza di una comunità non si misura mai in numeri, ma nel vigore di ogni singola parte che, ben collegata alle altre, fa crescere l’intero corpo nell’amore. Se un membro soffre, tutti soffrono, se uno è onorato, tutti si rallegrano. Le contese, le gelosie, lo spirito di parte sono, al contrario, il sintomo di un’immaturità carnale che blocca la crescita, lasciando i cristiani incapaci di digerire il «cibo solido» della Parola.
Quando verità e cooperazione, lavorano insieme, il risultato si vede nella vita concreta dei membri: una frequenza costante alle adunanze, uno studio che diventa conoscenza viva, una partecipazione che si fa attiva, una disciplina che custodisce la purezza.
«Non un’alleanza superficiale, ma una profonda unione costruita sulla verità»
UN CORPO, MILLE FUNZIONI
Paolo lo scrive con chiarezza ai Corinzi: nel corpo di Cristo vi sono molte membra, ma un solo corpo (1 Corinzi 12:12). Nessuno è di troppo, nessuno è inutile: ciascuno ha un posto e una funzione che nessun altro può occupare. Ed è un’interdipendenza reale, non teorica.
«L’occhio non può dire alla mano: “Io non ho bisogno di te”, né il capo può dire ai piedi: “Non ho bisogno di voi”» (1 Corinzi 12:21).
Nessun membro basta a sé stesso, nessun membro può essere trascurato.
LA CRESCITA È UN MESTIERE DI TUTTI
Se l’unità è un comando e la cooperazione il metodo, la crescita della Chiesa resta comunque legata all’impegno concreto di ogni singolo membro che risulta il fattore decisivo. Tre responsabilità, in particolare, ne sono il motore.
La prima è la frequenza costante: non abbandonare la comune adunanza (Ebrei 10:25) non è una formalità, ma un dovere vitale per l’incoraggiamento reciproco e per la salute spirituale di tutti.
La seconda è lo studio diligente: per non essere sballottati da falsi insegnamenti (2 Timoteo 2:15), perché l’ignoranza spirituale è la madre dell’apostasia, e ogni cristiano è chiamato a studiare con serietà per distinguere il bene dal male.
La terza è la partecipazione attiva: il vigore di ogni singola parte (Efesini 4:16) significa che nella Chiesa non esiste il membro «isolato» — ciascuno è chiamato a mettere i propri talenti al servizio dell’evangelizzazione, della beneficenza, dell’edificazione comune.
A queste tre si aggiunge una quarta esigenza la disciplina e la purezza, la meno comoda ma non meno necessaria. Una chiesa che tollera il peccato al proprio interno finisce per perdere la propria identità e per contaminare l’intero corpo. Ma la disciplina, intesa correttamente, non è punizione, è un atto d’amore, rivolto al recupero del fratello e alla salvaguardia di tutta la comunità.
VERSO LA STATURA DI CRISTO
Dove conduce tutto questo cammino? Paolo in Efesini 4 lo descrive come un percorso a tre tappe. Si parte quando si è ancora bambini, subito dopo la conversione, e si rischia di essere sballottati da ogni vento di dottrina per la mancanza di conoscenza biblica. È una condizione di fragilità e instabilità che nessuno può considerare un punto d’arrivo. Si procede seguendo la Parola, crescendo gradualmente in un cammino che richiede impegno e costanza. E si giunge, infine, a quella che l’Apostolo chiama «l’altezza della statura perfetta di Cristo» (Efesini 4:13). Non un traguardo fisico o numerico, ma la piena maturità mentale e spirituale.
Questa maturità nasce dall’incontro tra l’ubbidienza alla verità e l’amore cooperativo della Chiesa. È il passaggio dallo stato di bambini a quello di uomini fatti, dal latte al cibo solido, con l’acquisizione di un discernimento che prima non c’era. Il cristiano maturo non è chi ha raggiunto la perfezione, ma chi vive un quotidiano rinnovamento dell’uomo interiore perché è consapevole delle proprie fragilità ma continua comunque a correre verso la meta, dimenticando le cose passate e protendendosi verso la perfezione in Cristo.
IL CULTO DI OGNI GIORNO
C’è un passo, in Romani, che offre la chiave pratica di tutto questo cammino verso la maturità.
«Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio: questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché possiate discernere quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà» (Romani 12:1-2).
Significativamente, Paolo non parte dal nostro sforzo, ma dalle «compassioni di Dio». L’ubbidienza è la risposta riconoscente a una grazia già ricevuta, non un tentativo di meritarla.
Il primo passo è la consacrazione, che signficia offrire sé stessi come «sacrificio vivente». A differenza dei sacrifici dell’antica alleanza, questo non si compie una volta per tutte sull’altare, ma ogni giorno, mettendo il corpo, il tempo e i talenti al servizio di Dio e dei fratelli. È, in pratica, la stessa partecipazione attiva di cui parla Efesini 4:16. Nessun membro resta spettatore, perché ciascuno offre quel che ha per l’edificazione del corpo. Paolo lo chiama «culto spirituale» o culto ragionevole, logikē latreia, un’adorazione che non si esaurisce nell’adunanza, ma investe l’intera esistenza.
Il secondo passo è la trasformazione: «non conformatevi a questo mondo». Il mondo tende sempre a imporre il proprio stampo, fatto di opinioni, tradizioni, compromessi. Così come l’unità biblica non nasce da un’«unità nella diversità» di opinioni umane, il cristiano non si lascia modellare dalla mentalità circostante. La trasformazione avviene «mediante il rinnovamento della mente»: attraverso lo studio diligente della Parola (2 Timoteo 2:15), che sostituisce il pensiero del mondo con la mente di Cristo. È lo stesso quotidiano rinnovamento dell’uomo interiore che fa passare da bambini sballottati da ogni vento di dottrina a uomini fatti.
Il frutto di tutto questo è il discernimento. Chi ha la mente rinnovata riconosce quale sia la volontà di Dio, «buona, gradita e perfetta». Consacrazione, studio e unità, si uniscono come parti di un solo disegno, per arrivare a una Chiesa fatta di membri che offrono sé stessi e rinnovano continuamente la propria mente. Solo così si avrà una Chiesa unita nella verità e capace, finalmente, di crescere fino alla statura di Cristo.
