DALL’OMBRA DEL DOLORE ALLA PIENEZZA DELLA BENEDIZIONE ((1 Cronache 4:9-10)
«E Jabes fu più onorato dei suoi fratelli; sua madre gli aveva posto nome Jabes, dicendo: “Perché
l’ho partorito con dolore”. E Jabes invocò il Dio d’Israele, dicendo: “O se tu mi benedicessi veramente e allargassi i miei confini, e se la tua mano fosse con me e mi preservassi dal male, in modo che io non provi dolore!”. E Dio gli concesse quanto aveva chiesto» (1 Cronache 4:9-10).
Un uomo ricordato per la sua preghiera
Chi legge i primi capitoli del Primo libro delle Cronache attraversa lunghe liste di nomi che sembrano avere poco da dire all’anima. Eppure, nel mezzo della discendenza di Giuda, il racconto si interrompe all’improvviso, come se lo Spirito Santo volesse fermare il lettore davanti a un uomo di nome Jabes.
La madre lo aveva chiamato così, «perché l’ho partorito con dolore», e il nome stesso, Ya’bets, ricorda in ebraico la parola ’otseb, che vuol dire dolore, con le lettere quasi rovesciate. Jabes invocò il Dio d’Israele, e Dio gli concesse quanto aveva chiesto.
La Scrittura non dice come Dio rispose. Ci dice però che Jabes non rimase prigioniero del suo nome, ma si rivolse a Dio, ed è anche per questa fiducia che viene ricordato.
Il valore di una vita onorata
«Iabes fu più onorato dei suoi fratelli» è la prima cosa che sappiamo di lui. Il versetto non spiega che cosa avesse fatto per meritarlo, ma il resto della Scrittura ci aiuta a capire quale valore abbia l’onore davanti a Dio.
L’aspetto, la ricchezza o una posizione importante attirano l’attenzione, ma non dicono nulla del carattere. Chi è davvero degno di stima mantiene la parola data, agisce con onestà e si assume la responsabilità dei propri errori, anche quando nessuno lo osserva.
In Giovanni 12:26 Gesù promette che il Padre onorerà chi lo serve. Servirlo vuol dire mettere in pratica il suo insegnamento nelle scelte di ogni giorno, magari trattenendo una risposta offensiva o aiutando chi è in difficoltà senza cercare di stare al centro dell’attenzione.
Chiediamoci allora se gli altri possono fidarsi di noi e se viviamo davvero quello che insegniamo. L’onore si costruisce un po’ alla volta, nelle decisioni di tutti i giorni.
Cercare l’approvazione di Dio e accettare la correzione
È naturale voler essere apprezzati, ma diventa un problema quando l’approvazione degli altri decide le nostre scelte. In Giovanni 5:44 Gesù parla di chi cerca la gloria degli uomini e trascura quella che viene da Dio. Chi vuole piacere a tutti finisce spesso per tacere ciò che è giusto.
Cercare l’approvazione di Dio vuol dire chiedersi se una scelta è conforme alla sua Parola, anche quando non porta applausi. Questo non ci autorizza a essere duri con gli altri, perché la fedeltà a Dio va sempre insieme al rispetto e alla pazienza.
Il carattere si vede anche da come accettiamo la correzione. Proverbi 13:18 avverte che chi rifiuta la correzione va incontro a miseria e vergogna, mentre chi ascolta il rimprovero sarà onorato.
Quando qualcuno ci corregge, la prima reazione è spesso difenderci. Possiamo invece fermarci e valutare ciò che ci viene detto. Essere persone d’onore non vuol dire non sbagliare mai, ma saper riconoscere l’errore e cambiare strada.
Una nascita segnata dal dolore
La madre di Jabes spiegò il nome del figlio con queste parole: «L’ho partorito con dolore» (1 Cronache 4:9). Il nome conserva il ricordo di quella sofferenza, ma la Scrittura non dice altro sulla sua nascita.
Il dolore del parto ci riporta a Genesi 3:16. Per Jabes quel dolore rimase scritto nel suo stesso nome. Eppure il versetto non lo presenta come un uomo senza speranza, ma come una persona onorata che pregò Dio.
Anche noi possiamo portare il peso di una storia difficile, come una ferita in famiglia, un fallimento o un giudizio ricevuto. Far finta di niente non basta a guarire, ma possiamo impedire che queste ferite diventino l’unica chiave per leggere la nostra vita. Come Jabes, possiamo portarle al Signore e cercare in lui la forza per affrontarle.
Il contributo delle madri nell’educazione della famiglia
Il ricordo della madre di Jabes ci fa pensare al lavoro, spesso nascosto, di chi cresce un figlio, fatto di fatica, preoccupazioni e rinunce. Il valore di una madre, però, non dipende dalle scelte dei figli, che restano responsabili della propria vita.
In 2 Timoteo 1:5 Paolo ricorda la fede sincera di Loide ed Eunice, la nonna e la madre di Timoteo, che fin da bambino aveva conosciuto le Scritture (2 Timoteo 3:15).
Insegnare la Parola non significa soltanto far ripetere dei versetti. Un figlio osserva come gli adulti si comportano quando sono stanchi o quando subiscono un torto, e le parole acquistano forza quando sono confermate dall’esempio.
Proverbi 31:26–30 descrive una donna che parla con saggezza, insegna con bontà, veglia sulla sua casa e teme il Signore.
La responsabilità educativa riguarda anche i padri. Le madri danno un contributo prezioso, ma non devono essere lasciate sole.
Benedicimi, ti prego
La prima richiesta di Jabes è una richiesta di benedizione. Chiedere a Dio di benedirci significa riconoscere che abbiamo bisogno del suo favore e della sua bontà, perché non tutto dipende dalla nostra volontà o dalle nostre capacità.
Giacomo 1:17 ricorda che ogni dono perfetto viene dall’alto. Pregare non ci dispensa dall’impegno, ma ci impedisce di sentirci autosufficienti.
Paolo (Efesini 1:3) parla delle benedizioni spirituali che abbiamo in Cristo. La benedizione di Dio va molto oltre il benessere materiale, perché il perdono e la comunione con lui valgono più di qualsiasi ricchezza.
Allarga i miei confini
Per un uomo di Giuda allargare i confini poteva voler dire ricevere più terra. Il Targum, l’antica parafrasi aramaica della Scrittura, legge però questa richiesta in senso più alto. Jabes avrebbe chiesto di moltiplicare non i campi ma i discepoli, cioè gli allievi da istruire nella legge del Signore.
Per noi questa preghiera può diventare la richiesta di nuove occasioni per crescere e servire. Il passo, però, non promette che chiunque la ripeta riceverà più beni.
A volte i nostri limiti nascono dalla paura di sbagliare. Chiedere aiuto a Dio può andare insieme a un passo concreto, come ascoltare un consiglio o iniziare un servizio alla nostra portata.
In Isaia 42:16 Dio promette di guidare i ciechi per vie sconosciute. Fidarsi di lui non vuol dire conoscere in anticipo ogni svolta del cammino, ma seguire la direzione che la sua Parola indica.
C’è anche un legame con la libertà. In Giovanni 8:31-32 Gesù dice che la verità rende liberi, e Paolo, in Galati 5:13, insegna a usare la libertà per servire gli altri con amore. Chiedere più spazio nella vita deve andare di pari passo con il desiderio di usarlo bene.
Sia la tua mano con me
Jabes non chiede soltanto confini più ampi, ma che la mano di Dio sia con lui. La mano rappresenta l’azione, il sostegno e la potenza di Dio. Un territorio più grande porta con sé responsabilità più grandi, e per affrontarle serve aiuto.
Nuovi incarichi e nuove possibilità possono diventare un peso, se non sappiamo gestirli. La preghiera di Jabes ci insegna a chiedere anche la guida per usare bene ciò che abbiamo domandato.
In 2 Corinzi 12:9 il Signore dice a Paolo che la sua grazia gli basta, perché la sua potenza si manifesta nella debolezza. L’aiuto non fu la fine della difficoltà, ma la forza per attraversarla.
Possiamo pregare prima di una decisione, quando siamo scoraggiati o quando un conflitto rischia di farci perdere il controllo. Poi tocca a noi agire con responsabilità, mettendo in pratica ciò che la sua Parola ci ha insegnato.
Preservami dal male
L’ultima richiesta riguarda la protezione dal male e dal dolore. La tradizione giudaica ha letto in queste parole la richiesta di essere custodito dalla malvagia inclinazione del cuore, cioè da quel male interiore che è la vera radice della sofferenza dell’anima. Non è forse la stessa cosa che il Signore Gesù ci ha insegnato a chiedere ogni giorno? «Non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno» (Matteo 6:13).
Una delusione può far nascere rancore, una difficoltà economica può tentarci alla disonestà, un’offesa può spingerci a ferire a nostra volta. Chiedere di essere preservati dal male significa anche chiedere aiuto per riconoscere queste tentazioni e fare scelte prudenti, come interrompere un’abitudine o evitare le occasioni che alimentano la tentazione.
La storia di Jabes non insegna che la fede elimini ogni sofferenza. Possiamo chiedere sollievo e continuare a confidare in Dio anche quando il dolore non passa subito, perché la prova non significa che Dio ci abbia abbandonati.
Dio ascolta la preghiera
Dio concesse a Jabes ciò che aveva chiesto. È una risposta che riguarda la sua storia e che non possiamo trasformare in una promessa valida per ogni nostra richiesta, ma ci ricorda che il Signore ascolta.
Nel Salmo 66:20 il salmista benedice Dio perché non ha respinto la sua preghiera. Non servono parole ricercate, basta portare a Dio con sincerità ciò che abbiamo nel cuore.
Il racconto si chiude senza aggiungere altro, con un sigillo che vale più di qualsiasi commento. Dio ascoltò. Non sappiamo in che modo né in quanto tempo, sappiamo soltanto che la preghiera di un uomo sincero e umile salì davanti al Signore e non tornò indietro vuota.
Un’antica tradizione vede in Jabes il fondatore di una scuola in cui i giovani venivano istruiti nella Parola e nella preghiera. Questa idea trova un appoggio in 1 Cronache 2:55, che parla delle famiglie di scribi che abitavano a Jabets. Se così fosse, i suoi confini si sarebbero davvero allargati, non di campi ma di discepoli.
Vivere oggi senza restare prigionieri del passato
La storia di Jabes ci invita a chiederci che cosa vogliamo costruire con la nostra vita. Non scegliamo le circostanze da cui partiamo, ma possiamo prenderci la responsabilità delle scelte di oggi.
In Filippesi 3:13–14 Paolo si descrive proteso verso la meta. Dimenticare ciò che sta dietro non significa cancellare la memoria, ma non lasciare che il passato blocchi ogni passo. Gli errori chiedono ravvedimento e le ferite chiedono tempo, ma il cammino deve proseguire.
Possiamo cominciare da una scelta concreta, come accettare una correzione, chiedere perdono, tornare a leggere la Scrittura o aiutare qualcuno. La preghiera sostiene questo cammino e ci ricorda che da soli non bastiamo.
Jabes ci lascia una domanda. Che cosa sto chiedendo a Dio, e come mi preparo a usare ciò che ricevo? Chiediamo la sua benedizione, occasioni per crescere e la sapienza per affrontarle, e chiediamo protezione dal male, prendendo sul serio le scelte che dipendono da noi.
Il racconto è breve, ma il messaggio è chiaro. Un uomo il cui nome ricordava il dolore della sua nascita invocò il Dio d’Israele e fu ascoltato. Anche noi possiamo rivolgerci al Signore con sincerità, portando davanti a lui il nostro passato, le necessità di oggi e il cammino che ci attende.
